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Editoriale

Ecco cosa prevede il progetto più nel dettaglio

Un progetto di rilancio del commercio della città che nasconde un vero piano di riposizionamento seguendo e valorizzando antiche e nuove vocazioni.
Per farlo è importante partire da questa domanda. Qual è il ruolo che ha il commercio nella città di Bari oggi?
A questa ne va fatta seguire immediatamente una seconda.
Qual è il ruolo che avrà il commercio nella città di Bari di domani?

 

Una breve premessa.

Le risposte che tenterà di dare il nostro programma di lavoro partono necessariamente da alcune considerazioni fondamentali per inquadrare il processo che intendiamo percorrere. Parlare di commercio oggi significa parlare prima di tutto dell’identità culturale di una città. Se gli anni ‘80 e ‘90 ci hanno consegnato un’idea globale e organizzata di commercio in cui la formula della catena e del grande Brand l’hanno fatta da padroni, a partire da metà degli anni 2000 tutto questo ha subito un cambiamento da cui non si torna più indietro. La crisi economica è rapidamente passata dalla finanza e dalle banche alla vita reale e quindi al commercio. Da un’epoca in cui i prodotti si vendevano da soli siamo passati a una nuova fase in cui prodotti e negozi sono rimasti da soli.

 

Il cliente/utente.

Il consumatore medio ha riscoperto una condizione di necessità che ha fatto in modo che il peso specifico di ogni Euro speso diventasse altissimo e le ragioni per cui convincersi a spenderlo un vero patto di verità. Siamo giunti, attraverso una transizione durata quasi dieci anni a una nuova condizione. Oltre la più ovvia e visibile offerta di prodotti, la gente oggi compra se riesce ad acquistare una storia interessante. Il semplice atto dell’acquisto che un tempo veniva fatto con leggerezza, oggi viene meditato, soppesato, spesso rinviato; in ogni caso questo deve corrispondere a una vera trasformazione per l’acquirente, anche a una nuova conoscenza. Più del prodotto spesso è questa che l’acquirente/utente ama esibire.

 

Le molte vie per comprare.

Le possibilità offerte oggi dal mercato sono molteplici e su tutte da un lato si è ormai affermata la possibilità di poter comprare via internet da qualsiasi parte del mondo con grande efficienza, soddisfacendo molti dei bisogni primari e oltre. Se il nostro paese su questo punto è arrivato come al solito con ritardo, paesi come Cina e Stati Uniti hanno consacrato questa come abitudini con percentuali che hanno spesso superato quelle del commercio tradizionale. Basti pensare che marchi come Amazon o Alibaba in grandi città come SHANGHAI stanno sperimentando l’uso di droni per la consegna della merce per non essere più rallentati dal traffico. Questa nuova abitudine ha richiesto che le armi adottate dai produttori nel ‘racconto’ del prodotto si potenziassero fino a raggiungere altissimi livelli di raffinatezza per consentire all’acquirente al di là dello schermo di sentirsi confidente a sufficiente per schiacciare il click vitale. Ci sono alcuni franchising e brand che hanno concepito il negozio interfaccia rendendo l’acquisto uguale a quello sul loro canale on-line, standardizzando il processo di vendita nelle domande che pongono al cliente e nel gestire quelle che ricevono.

 

Necessità di un’esperienza.

Quello che però on-line non è possibile fare è sentirsi parte di un posto. Nei quartieri di alcune città estere quello che accade è infatti completamente diverso e il progetto di un’economia dalla forte identità locale è stata per molti casi un vero motivo di riscatto e rilancio. Si parla facilmente del rilancio di Barcellona che a partire dall’olimpiade del 1992 fece della cultura e del piano urbanistico un fattore strategico di rilettura della città con il totale recupero del centro storico e la ri-scoperta del mare. Ma oggi si parla meno diffusamente di città come Medellín che si sono riposizionate grazie all’intuizione e all’ostinazione di un Sindaco illuminato e a una sorta di programma di branding cittadino come ‘social urbanism capital’.
Si vende il quartiere, il pezzo di città e ci si preoccupa dell’autenticità delle sue storie. L’aspettativa per il cliente/utente è, più ancora dell’acquisto, quella della partecipazione, del sentirsi parte di un ambiente e della comunità. Tale aspettativa rende trasversale il senso di reputazione e apprezzamento che lo stesso cliente/utente è così in grado di rivolgere a attività e prodotti anche molto diversi tra loro. L’architetto, il designer, il panettiere e il ristoratore vivono in modo ugualmente degno all’interno della stessa area, dello stesso quartiere commerciale offrendo servizi, prodotti ed esperienze di vendita che dialogano tra loro. Il concepire, produrre e vendere diventano attività che tornano a parlare della gente, delle proprie storie, di un senso dell’autentico che ognuno di noi sente come proprio e vero. Ovviamente tutto funziona se esiste una trasversalità di azioni che riguarda il progetto urbano della città, la volontà di recuperare e mettere in uso spazi non utilizzati, assicurare legalità e rispetto delle regole. Oltre questo una visione di questo tipo deve essere in grado di mettere insieme istituzioni, associazioni e privati che siglino insieme un patto comune di rilancio della città.

Il nostro obiettivo è lavorare in particolare sull’identità dei quartieri, riscoprendo le radici profonde di ognuno e  riportando la storia lontana di un pezzo di città al fianco dell’identità odierna. Non deve essere un’operazione nostalgica, dobbiamo affermare di avere una storia, un’origine lontana che ci ha portato oggi ad avere dei lati positivi sui quali possiamo riaffermare un’identità in grado di sfidare la contemporaneità. Se un antico quartiere è abitato da nordafricani e rumeni, oggi l’identità di quel luogo si arricchisce di queste persone, delle loro lingue, dei prodotti e racconti nuovi che possono portarci.
Dobbiamo essere in grado di vendere non un singolo prodotto ma la storia di un’intera via, di un intero quartiere, facendo diventare questo l’obiettivo di visita di una persona a Bari: in quel luogo trova delle cose uniche.

Quale esempio della strada da percorrere, uno degli obiettivi che il progetto si prefigge è motivare la collaborazione attiva di personaggi catalizzatori di quel senso di unicità (scrittori, mercanti, professori universitari, musicisti, artisti, designer, artigiani del legno, ecc.), persone che interpretano il loro stare a Bari non come necessità per svolgere il proprio lavoro per vivere, ma come una restituzione di quello che fanno alla comunità che li ospita. Azioni come questa ci indicano il tipo di strumenti utili a costruire una comunità di testimoni autorevoli e credibili che ci aiuteranno a raccontare la Bari che vogliamo restituire.